NeanderSuv
di Francesco Gori

Andando a spasso per le città, di questi tempi, è facile imbattersi in una mutazione genetica nel linguaggio pubblicitario delle automobili.



Animalanima
di Matteo Meschiari

Avignone, 25 Place des Études. È qui che ha vissuto Pierre Boulle, l'autore de Il pianeta delle scimmie (1963). Ho abitato alcuni anni ad Avignone e non ne sapevo nulla. Non sapevo nemmeno che esisteva un romanzo e che il suo autore era francese. Poi mi sono ricordato che Vercors ha scritto nel 1952 Les animaux dénaturés e ho capito che i francesi, prima del cinema, hanno saputo dire la loro sull'antropopoiesi, pensando anche a un pubblico di non filosofi.









L'animale sbagliato
di Valentina Rametta

Vi ricordate dell'orsa Daniza? L'11 settembre dell'anno scorso venne uccisa durante un tentativo di cattura, dopo numerose incursioni nei dintorni del bosco di Pinzolo in Trentino. Non ha retto la dose di anestetico sparato per sedarla. Il livello d'indignazione collettiva è stato talmente elevato che la sua morte ha generato una partecipazione emotiva sensazionale. Per tutti si trattava di una vicenda drammatica e scandalosa, una sconfitta della società civile.























Tre montagne
di Matteo Meschiari

Tre montagne, tre storie accidentali sulla fine e sul senso. Un vecchio che tenta un’ultima scalata ma non si sa se ritorna, due amici che si trovano e si perdono sui sentieri della Resistenza, un figlio che ascolta le ultime parole del padre in un bosco senza tempo. Tre paesaggi e tre poetiche di paesaggio, perché la trama dei racconti, in questo libro, è un pretesto per raccogliere frammenti di spazio, movimenti di vento, geologie e passaggi di luce. Perché quello che conta, per una volta, è il modo in cui le terre si corrugano e popolano i sogni. Mentre le storie degli uomini rimpiccioliscono sotto montagne che somigliano a mondi, i vuoti e i pieni delle cime funzionano come masse mancanti, come baratri per le domande: chi siamo diventati? che cosa abbiamo lasciato? che cosa stiamo per dare a chi verrà dopo di noi? Per un attimo i paesaggi sembrano offrire indizi. Ma le montagne sono bambini. Crescono e vanno via.

(da ottobre in libreria)





































Antispazi
Wilderness Apocalisse Utopia
di Matteo Meschiari

Pleistocity Press 2015
148 pp., 54 ill.
ISBN: 978-1516944620
disponibile su amazon.com



L’unico mito moderno è quello degli zombie.
G. Deleuze e F. Guattari, L’Anti-Edipo.

Neanderthal, revenant, ragazzi selvaggi. Un libro brutto, pieno di brutte storie, di brutte facce. Un anti-Facebook non per raccontare il web-spazzatura ma per seguire le vie carsiche dell’immaginario contemporaneo. Perché circondarci di “mostri” ci ha fatto perdere di vista il grande disegno, e perché una teoria del complotto condita con un po’ di filosofia non può più bastare. Nel complotto è sempre questione di un “loro”, mentre qui i produttori d’immagini e di trappole visuali siamo noi, da utenti ad agenti di collaborazione, da cercatori di spazi liberi ad artigiani conniventi di antispazi. Che cos’è un antispazio? E se l’invenzione dell’Altro fosse anzitutto l’invenzione di un Altrove, di un paesaggio virtuale dove fuggire, dove rinchiudere i cattivi o eliminarli? E se le immagini anomale che produciamo fossero un autoritratto in negativo per farci un lifting individuale e sociale? E gli animali, che cosa c’entrano? dove sono finiti? Con questo libro si chiude la “trilogia dello spazio” iniziata con Spazi Uniti d’America e Uccidere spazi. Un breviario minimo di resistenza iconica per decostruire le affabulazioni di massa e la retorica buonista della controcultura alla moda.







































Paleolithic Turn

a cura di M. Meschiari, M. Corrado, F. Gori

126 pagine
ISBN: 978-1516989980
Euro 9,19 solo su amazon.it

disponibile qui
Le Alci
a cura di Maurizio Corrado




Donna Alce
Il primo motivo documentato sulle Alci è un’incisione contenuta nell’Historia Mundi di Brenando da Castelmare, pubblicata a Lipsia nel maggio del 1418. Vi è raffigurata una donna, probabilmente una baccante, con corna d’Alce. In alto le corna diventano volute di fumo e mani. L’immagine è accompagnata da un breve testo in cui si narra della nascita delle Donne Alci dal fumo degli incendi dei boschi.







Elogio dell’erranza
di Francesco Gori

…non ti curar di loro ma guarda e passa.
Lo Duca Mio

…come polli gonfiati con gli ormoni, sovradimensionati, sproporzionati, spropositati, allevati in batterie industriali, a ritmo di batteria, alimentati dalle batterie al litio, ingozzati di ambizioni, richieste, pretese, promesse che non possiamo mantenere, promesse che non possiamo, forse non vogliamo, e non abbiamo nemmeno mai voluto promettere.








Vincent
Frammento di Maurizio Corrado


Tra i bicchieri che Nesto riempiva generosamente, Théodore seguiva tre storie contemporaneamente, ognuno dei tre amici sembrava avere un ricordo diverso di suo padre.

Secondo Natale, Vincent era arrivato su una piccola barca a remi. Pescava e l’aveva visto remare placidamente al centro del fiume, da una parte lui, con una camicia bianca e un largo cappello di paglia, dall’altra parte della barca una bella signora vestita di pizzo color cipria che teneva un ombrellino per ripararsi dal sole. Sembrava conversassero amabilmente, una coppia d’innamorati in gita romantica. Poi aveva diretto la barca verso il piccolo ponticello di legno, aveva aiutato la signora a scendere ed erano spariti fra le betulle.






















Spigoli e convegni (un’autobiografia)
di Matteo Meschiari


La Commedia è un’enciclopedia dei possibili. Da Cristoforo Landino a Ugo Maj, è un testo a cui si è fatto dire di tutto: Dante fascista, Dante viator, Dante sciamano, Dante neobabilonese. Qualcuno ci ha costruito sopra una carriera accademica, qualcuno lo ha imparato a memoria per recitarlo in un certame in un’osteria del Mugello. Tutti, probabilmente, meriterebbero secondo Dante l’antinferno. Ma chi sono gli ignavi? Recita Wikipedia: “Questi dannati sono coloro che durante la loro vita non hanno mai agito né nel bene né nel male, senza mai osare avere una idea propria, ma limitandosi ad adeguarsi sempre a quella del più forte”. Insomma, gli ignavi non esistono. Perché certamente basta pensarle, le azioni, per salvarsi a metà. Magari ci si può passare una vita intera a pensarle. Magari a Dante questa cosa non sarebbe piaciuta: uomo del fare e dei giudizi sul fare, politico fallito, moralista, eterno piagnucolatore, vomitatore su Firenze perché Firenze lo scaccia… Se se lo fosse tenuto avremmo solo qualche trattato erudito e qualche sonetto e canzone. In epoca più recente avrebbe avuto una tessera di partito e avrebbe organizzato convegni e giornate di studio, mentre la vita sarebbe scorsa dura e spigolosa solo per gli altri. Invece gli spigoli duri della vita sono arrivati, l’esilio, il viaggio, lo quanto sa di sale lo pane altrui. Ma vero dice? Ospite dei Malaspina, dei Della Scala, dei Da Polenta, mica nel sottoscala di una bettola bolognese. Ma si sa, ciascuno soffre a suo grado e misura, e se ha un sogno, una voglia, un’attesa non realizzata, il cruccio annega tutto l’orizzonte, e guai a contraddire. Diciamolo, siamo tutti un po’ messer Durante ghibellin fuggiasco, esuli, sconfitti dalla vita, viatores nomadi, sciamani in pectore, neobabilonesi in transito nelle non-città della non-presenza. Come lui piangiamo sul nostro disagio non più giovanile come se fosse il disagio di intere masse incomprese, come lui erriamo e non ci curiamo degli ignavi (che però non esistono, in una cultura dove basta dirsi per essere). Ma allora perché citiamo Dante mentre lui non cita noi? Dico proprio citare con nome e cognome. Forse perché la Commedia l’ha scritta lui? Forse perché si lamentava del brodo grasso, ma alla fine si è salvato il culo senza scuse, senza nascondersi dietro un dito, facendo il poeta e non limitandosi a dirlo? Ghibellini e Guelfi. Oggi belli e dannati da un lato, grassi accademici dall’altro. Ieri la battaglia della Lastra e la Peste oggi Madama Disoccupazione, ieri Fiorenza maledetta barra benedetta oggi il posto fisso, la carriera accademica, la famigliola cool. Oggi… Oggi? E se la smettessimo con i parallelismi, le dialettiche e il vittimismo autocelebrativo? E se ci rimboccassimo le maniche senza scuse e ci mettessimo a scrivere una Commedia? Magari pensando un po’ più alle cose e un po’ meno a noi stessi? O forse, ecco: la lamentela è la nostra Commedia, forse è questo il grande poema orale surmoderno che siamo dannati a comporre. No grazie. Sono stato precario fino a 39 anni, non avrò mai vita facile nella nicchia che mi sono scavato, non mi vergogno di avere uno stipendio fisso, talvolta organizzo convegni e gli spigoli della vita ce li ho anch’io. Non cerco compassione, da qualche tempo non cerco neanche un editore. Vorrei scrivere qualcosa di buono, passo il più possibile del mio tempo a provarci. Non mi piacciono, eticamente, le persone che descrivono come descrivere il deserto. Mi piacciono gli amici e le osterie.




Generazione crepuscolo
di Valentina Rametta




Sembra di camminare in un cimitero prima che mettano le tombe.

William H. Gass


Abbiamo più o meno l'età di Cristo, ci tengo a dirlo perché il senso della storia recente corre sui nostri nervi scoperti. Di etichette ce ne hanno appioppate tante. Siamo stati prima schizzinosi, pensando fosse cosa giusta possedere una vocazione. Poi siamo diventati lavoratori cognitivi, precari della conoscenza e nuove forme del sintomo. Vite divenute sembianti per cui non possediamo termini adeguati, alla ricerca ancora di un postdoc, una graduatoria di seconda fascia o un fondo europeo con i quali tamponare l'emorragia della rassegnazione, mentre aspettiamo la telefonata per fare un turno in più al bar. Eventualmente stando da mamma che c'ha un poco di pensione, come se il tempo dell'infanzia non possa mai più finire. Siamo diventati lavoratori (passivi) e sintomi a nostra insaputa, fino a oggi, perché quest'infanzia non ha né innocenza né alibi romantico. E i guadagni di questa conoscenza passano attraverso i gesti quotidiani, dal letto del mattino al letto della sera, in cui è la nostra dannazione ad essere recitata. Poi rapidamente abbiamo capito che invisible is cool. Come dire che siamo diventati obliquamente un riflesso e una caricatura della società in cui loro hanno creduto.







Generazione ∞
di Matteo Meschiari

Hanno più o meno l’età di Cristo, ci tengono a dirlo in coincidenza del loro trentatreesimo compleanno, e quando lo dicono hanno un sorriso che misura lo smarrimento di essere postumi a un traguardo che, nel loro caso, non ha segnato nulla.





Ritmo
di Maurizio Corrado

La forma appartiene al tempo e il ritmo lo struttura. Il ritmo è la ripetizione dell'analogo, ritorna ciò che è fondamentale, con forme nuove. Oscillando in una ripetizione continua, il ritmo gira intorno a un centro inafferrabile con un movimento a spirale simile a quello di una corda che si avvolge intorno ad un bastone. Ritmo non come misura, ma come direzione e senso. Ritmo e ripetizione pare facciano parte delle modalità preferite dallo spirito per manifestarsi, dalla realtà per esistere, dalla materia per vivere. Leopold-Sedar sosteneva che il ritmo è l'architettura dell'essere, la dinamica interna che gli dà la forma, è la pura espressione della forza vitale. Il ritmo è lo shock che genera la vibrazione, è la forza che, tramite i sensi, afferra alla radice il nostro essere. Ogni uomo è un intreccio di pulsazioni o ritmi fisiologici e psichici, un'orchestrazione di ritmi che produce ciò che si chiama benessere e piacere. È anche quello che sostiene la bioenergetica, disciplina nata dagli studi di Wilhelm Reich e sviluppata da Alexander Lowen: “Una personalità sana è una personalità vibrante. Un corpo sano è un corpo che pulsa e vibra.” (Lowen, 1984, pag. 39)


La fine dell’età della pietra
di Francesco Gori


L’età della pietra è il neolitico, non il pleistocene.

Quello che viene definita l’età della pietra era in realtà l’età del legno, del giunco, della canna, della paglia e della terra. Fu con la rivoluzione neolitica, al tempo dei sumeri e dei babilonesi, che si cominciò a costruire con la pietra, a fare arte di pietra, ornamenti di pietra, città di pietra. 





La sera del nostro arrivo
di Maurizio Corrado

[da Viaggio al Polo]

La sera del nostro arrivo Utàq ha voluto festeggiare. È una specie di capo villaggio, issumatàr, colui che pensa molto, il saggio, diremmo noi, ma anche il nalagàq, il capo, come Pàapa. Il suo è l’iglù più grande, ma stavamo seduti pigiati stretti l’uno all’altro, Utàq in piedi distribuiva da mangiare con generosità tra le grida e le risate, tutti si divertivano un mondo alla luce delle poche lampade che bruciavano grasso di foca, masticavano in continuazione, gli uomini si vantavano delle ultime cacce. Due donne si sono alzate al centro, si sono messe l’una di fronte all’altra tenendosi per le braccia e hanno cominciato a fare versi strani, di gola, ansimi a ritmo, crescendo e abbassandosi, dopo un po’ ho cominciato a riconoscere una specie di melodia fra quei suoni gutturali e mi sono improvvisamente tornate in mente le notti sulla Tara con Juk che ansimava sopra di me. Keinguàk il dottore sembrava estasiato, tutti accompagnavano muovendosi a ritmo, senza mai smettere di masticare e chiacchierare e ridere ad alta voce. Faceva caldo. Qualcuno si è tolto la krulitak rimanendo a torso nudo con indosso solo i nanos, i pantaloni di pelle d’orso, fra le risate generali. Non ho mai visto gente così allegra. Mangiavano e ridevano. Keinguàk fissava una delle due donne che cantavano, mi ha detto che erano sorelle, Tunoq e Qungaq, Grasso di renna e Sorriso, a lui piaceva Sorriso. Aveva scelto apposta l’iglù di Angutisugsuk, l’omonimo, per starle vicino.




Il Cervo
di Makhno Boucher


Quando l’acqua era nera e il vento la increspava sotto la notte vedevo una lama di selce nel pelo di un animale. Adesso che il fuoco mi tiene sveglio vedo i volti degli altri, l’odore del cibo è nell’aria, qualcuno si è addormentato. Tranne i rumori dell’attimo c’è silenzio. Tuo figlio sta aspettando. Vuole che parli dell’acqua, degli animali che ci abitano come ossa. E tra poco parlerò, allungherò una mano verso il fuoco, farò un cerchio con l’indice e il pollice e sputerò nella cenere. Tra poco farò come sempre, ma questa volta è per te, anima mia. L’acqua era nera anche allora, il vento che la tagliava sotto la notte ce la faceva vedere così, come la fine, e come l’inizio.








PLEISTOCITY
tre giorni di cultura pleistocenica


Antropologia Architettura Arte Performance Cucina Letteratura Design Geografia Paesaggio

23, 24, 25 aprile 2015 - GREEN UTOPIA, Fabbrica del Vapore, via Procaccini 4, Milano


L’idea

Tra civiltà e apocalisse, tra decadenza e progresso, c’è un’isola-che-non-c’è, un “prima” e un “dopo” che spaventa o che inspiegabilmente attrae. Gli storici lo chiamano Preistoria, gli ambientalisti Wilderness, i filosofi Utopia, ma più che uno spazio nel tempo o un tempo nello spazio è un modo di vedere il mondo per intuizioni, per lampeggiamenti, un sistema incoerente di visioni e d’idee che aiuta a pensare l’adesso-qui. Questo “paradigma Pleistocene”, da Giordano Bruno a Paul Shepard, da Lascaux a Keith Haring, attraversa in modo trasversale il pensiero scientifico, filosofico, religioso, emerge nell’arte e nelle abitudini alimentari, e si riassume in un’idea indimostrabile: noi siamo chi eravamo, fatti per muoverci e per stare fuori, siamo memoria genetica e incarnazione attuale dell’uomo del Paleolitico, i nostri gesti, i nostri processi cognitivi sono abitati dai suoi. Mobilità, leggerezza, manualità, ricerca dell’essenziale, materiali primari, comunità, racconto: le tracce di questa presenza visionaria nella cultura ufficiale sono ovunque, sono positive, sono necessarie, per sopravvivere al bordo di ogni mappa, per immaginare qualcosa al di là del muro.


L’evento

Nei duemila metri di Green Utopia, tra paleo architetture di canna palustre, cupole di salice vivente, costruzioni in terra cruda e torri di paglia e bambù, in uno scenario unico si svolgeranno tre giorni d’immersione completa nel prima e dopo, tra il Pleistocene e il futuro, tra assonanze, corrispondenze, reminescenze, analogie, apofenie, apocalissi, resurrezioni, rivelazioni.






Appaesamento Errante
di Andrea Pavoni
… ritorno fra le solitudini dell’alta montagna. Lungi dalla marea degli uomini, libero finalmente dalla mania pistaiola, apro di nuovo la mia traccia godendomi la bellezza dei monti. Non invidio più ‘gli altri’.
Hermann Buhl

La storia dello sci è lunga, scandinava e cinese, convergenza di tre vettori (il corpo, la montagna, la neve) in un paio di pezzi di legno paralleli. Storia di graduale appaesamento dell’uomo con il pendio che poi, nel secolo scorso, lascia il passo ad un brusco processo di antropizzazione forzata. Così la montagna è gradualmente disboscata, ricoperta di sistemi di risalita che sopperiscono all’hybris gravitazionale dell’uomo, la ricerca della velocità della discesa che bypassa il sacrificio della salita. La neve è piallata, liscia come asfalto, levigata, lucidata. Di mattina assomiglia a un paradossale green bianco. Di notte, altre visioni. Mostri con cingoli enormi e fari potenti lavorano per ore, nel rumore inaudito, per piallare, dissodare, rendere lo spazio liscio. Nei moderni ski resort la montagna è spianata in un deserto bianco terrificante, spaesamento assoluto, come quello che ti coglie nella nebulosa indistinta di stanchezza, ebbrezza e testosterone degli apres-ski. Lì, per lunghi momenti di confusione, capita di non capire più dove ci si trovi. Avoriaz? Canazei? Sestrière? Ogni spazio è reso simile, immediatamente comprensibile e categorizzabile, sensato e sicuro. Consistentemente con le riflessioni di Lefebvre sulla produzione di spazio del capitale, la montagna è ridotta a una merce misurabile e quantificabile, frammentata, gerarchizzata, omogeneizzata. Un tanto al chilo: altezza, pendenza, centimetri di neve. In questi spazi uniformi si possono aggirare sicuri i viaggiatori del capitale, tute patinate, cappelli idioti, creme solari, urli isterici, musica truzza, telefonate in seggiovia, spritz nei rifugi.


Paleovino | Neobirra




Paleovino | Neobirra
di Matteo Meschiari


Solo paragonando e contrapponendo forme e saperi del vino e della birra, anziché interpretarli separatamente, si può impostare in modo corretto il problema della loro “preistoria”. Concentrarsi infatti sulle più antiche attestazioni documentarie o sulle tracce archeologiche più remote è certamente avvincente, ma rischia di comprimere e appiattire una profondità temporale e antropologica di ben altro rilievo.